Per italiani che vivono all’estero e portano dentro una nostalgia che fanno fatica a spiegare.
Un percorso di psicologia e neuroscienze, pensato per gli italiani all’estero che soffrono la lontananza, vivono una crisi d’identità o una relazione a distanza.
Si comincia con una prima chiamata conoscitiva online.
A me è successo. Per un po’ ho pensato che fosse il caffè quello di cui avevo bisogno.
Poi ho capito che non era il caffè: era quell’odore specifico che mi riportava dritta al sugo di mia nonna, a una mattina prima di un esame all’università, a chi ero prima di partire.
Forse ti ritrovi anche in questo
Se ti riconosci, non sei tu che esageri. È il tuo cervello che lavora esattamente come dovrebbe e nelle prossime righe ti spiego perché.
Sono cresciuta a Sanremo. Poi Roma mi ha raccolta da adolescente, e da lì non ho più smesso di muovermi: la Spagna, l’Australia, e oggi parlo cinque lingue.
Prima della psicologia sono passata dalla musica e dalla recitazione, due mondi che mi hanno insegnato ad ascoltare le persone e a stare davanti a loro senza filtri.
Per molto tempo ho vissuto quella sensazione che forse conosci anche tu: non sentirmi del tutto di nessun posto. Tornavo a Roma e non mi sentivo “di qua”. Mi sentivo una straniera, uguale a tutti i turisti che avevo intorno. Né di qua né di là, come tutti noi expat perché, alla fine, viviamo nel mondo.
Oggi quel “né di qua né di là” non mi fa più soffrire.
Ho accettato che le mie radici sono un po’ dappertutto: un po’ qua, un po’ in Spagna, un po’ in Australia, un po’ nei posti che ancora dovrò vivere.
È diventata la mia ricchezza più grande, non una perdita.
Quando ho unito la psicologia clinica alle neuroscienze, ho trovato il modo di spiegare e di affrontare — esattamente quello che vivono gli italiani all’estero.
Oggi aiuto gli expat come me a trasformare quelle che all’inizio sembrano fatiche insormontabili in risorse.
Con la risonanza magnetica si vede chiaramente: l’olfatto attiva insieme due circuiti degli affetti, quello positivo e quello negativo. Da una parte il dolore della lontananza, dall’altra il piacere del ricordo. Succede perché il segnale olfattivo arriva dritto all’ippocampo e all’amigdala, senza passare dal “centralino” del cervello — il talamo — come fanno invece vista, tatto e gusto. Non è una questione di sensibilità: è architettura cerebrale. Capirlo è il primo passo per smettere di combattere la nostalgia e iniziare a usarla come una bussola verso chi sei, ovunque tu sia.
Quando vivi nel tuo Paese non te ne accorgi nemmeno: il linguaggio del corpo, i cartelli stradali, i modi di dire, sono automatici. All’estero niente lo è. Ogni giorno il cervello traduce, interpreta, si adatta, senza riserve gratuite. È faticoso, vero ma non è un segnale che qualcosa non va in te. Diversi studi mostrano che chi usa abitualmente una lingua diversa dalla propria costruisce una riserva cognitiva che, a parità di altri fattori, rallenta l’insorgere del declino cognitivo legato all’età. La stanchezza che senti oggi è, letteralmente, una risorsa in costruzione.
Chi parte per realizzare un proprio progetto vive soprattutto di dopamina: ogni piccola conquista — un contratto, un’amicizia nuova, una lingua che migliora — diventa una ricompensa. Chi parte seguendo un partner spesso si ritrova, senza un motivo quotidiano preciso, con l’amigdala più attiva e il cortisolo cronicamente più alto. A questo si aggiungono un’identità professionale che comincia a vacillare e una rete sociale che si assottiglia, perché l’unico punto fermo resta una sola persona.
Mi viene sempre in mente Lost in Translation: la protagonista segue il marito fotografo a Tokyo e si ritrova a vagare per i corridoi dell’albergo come un fantasma. Non è una metafora esagerata: è quello che raccontano moltissime delle persone che seguo. E quando uno dei due nella coppia vive di dopamina e l’altro di cortisolo, prima o poi qualcosa scricchiola. Riconoscerlo è il primo passo per cambiarlo, prima che diventi risentimento.
Quando tu e il tuo partner non condividete la lingua madre, non state solo traducendo parole: state traducendo emozioni, spesso nei momenti in cui siete più attivati e meno lucidi. Quanto è frustrante non riuscire a dire esattamente quello che senti, nel modo in cui lo senti?
Mi viene in mente quando studiavo ancora al conservatorio: conoscevo due cantanti lirici, lui italiano, lei cinese. Non parlavano la lingua dell’altro. Eppure comunicavano attraverso le arie, le frasi dei brani che conoscevano entrambi un modo tutto loro di arrivare l’uno all’altra, costruito pezzo per pezzo. Era bellissimo da vedere.
C’è sempre un modo per arrivare all’altro. A volte va costruito, proprio come si costruisce una lingua nuova. Insieme.
La trasformazione, in concreto
Non sedute sciolte e senza fine, ma un percorso con un inizio e una meta, costruito su misura per te dopo la nostra prima chiamata online.
Clicchi sul pulsante e scegli il giorno e l’ora che preferisci, già nel tuo fuso orario.
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Ricevi subito l’email di conferma con il link per collegarti, più un promemoria prima della chiamata.
Ci sentiamo in videochiamata. Mi racconti come stai e cosa vorresti cambiare. Ti ascolto, senza fretta.
Se ha senso lavorare insieme, ti propongo il percorso più adatto a te. Se non ce l’ha, te lo dico con onestà.